Klapsou
di ena
scritto il 07-12-2009


CAPITOLO UNO:
Una vacanza solitaria in Grecia e... Lei!
d????.

Approdai a Zakynthos una Domenica mattina di metà Giugno, con il Sole che brillava già piuttosto alto nel Cielo.
I traghetto che da Kyllini mi aveva portato lì, attraccò sbrigativamente con un colpo, e vomitò la folla di turisti fuori dalle rampe metalliche.

Mossi i miei primi passi sul cemento grigio, cercando di memorizzare bene l'approdo del traghetto, e mi incamminai verso la città.
Avevo finito il Liceo, e non sapendo che fare, mi ero concessa almeno un Mese di vacanza, avevo preso su qualche cosa, qualche soldo, i documenti, e me n'ero andata alla Stazione Centrale. Senza un motivo preciso, decisi di andare ad Ancona.
Da Ancona, decisi che valeva la pena di fare un salto in Grecia.
22 ore di nave, con una Notte passata tra i tavolini del bar sul ponte, nel mio sacco a pelo, stretta tra altri turisti in sacco a pelo, ed ero arrivata. Da lì, decisi di andare a Zakynthos. Ed eccomi qui.

Una ragazza magra, allampanata, con dei vestiti reduci da ore ed ore di viaggio su vari mezzi, i capelli incrostati dal Sale, uno zaino lurido, ed un sacco a pelo arrotolato che aveva visto giorni migliori.
Sorrisi, pensando che nessuno avrebbe tentato di rapinarmi. Anzi, forse mi avrebbero dato dei soldi.

La conoscenza dell'alfabeto Greco e del Latino mi aiutarono non poco. Traducevo in lettere latine le scritte, e gira e rigira, capivo che diamine volessero dire. Alla peggio, parlavo nel mio incomprensibile Inglese.
Scoprii ben presto che il medesimo linguaggio era utilizzato dalla gente del luogo.
Perchè in effetti un greco dovrebbe sapere l'Inglese?

La vacanza che mi ero concessa andò esattamente come previsto per una settimana: mangiavo Pyta Ghyròs, dormivo sulla spiaggia di Notte, e anche di giorno, giravo, e mi facevo un bel pò di nuotate.
Qualche turista mi prese per una senzatetto, e qualcun altro, un poco più giovane, sembrò molto colpito dal mio stile di Vita.
Non capii cosa ci fosse di sconvolgente: si poteva campeggiare in quella spiaggia, e che i granchietti mi si infilassero nel sacco a pelo non era per me motivo di terrore. Boh.

Una mattina mi svegliai e mi tuffai in Mare, il gabinetto del Mondo. Espletando le mie funzioni più elementari, feci mentalmente un conto, e qualche pescetto fu testimone della Rivelazione:

Avevo esaurito le mie risorse economiche.

Mi sedetti sulla spiaggia ad elucubrare: chiederli a mio fratello era fuori discussione, mi sembrava una vigliaccata. Chiederli ai miei genitori era pura fantasia, dato che le ultime notizie che avevo dato loro di me risalivano a circa tre mesi prima.
Sospirai, comprendendo Adv che l'unica soluzione era quella di trovarmi un lavoro.

Raccolsi le mie cose e tornai in città a cercare un'occupazione. La cercai per tre giorni.
Alcuni bar cercavano lavoranti, ma non ero mai la persona adatta. Alcuni non cercavano. E io cominciavo ad essere davvero agli sgoccioli.

Il terzo giorno, alle sette di sera, un gentile fruttivendolo mi disse che la padrona di un piccolo bar cercava qualcuno. Così, mi diressi piuttosto disfattista, verso il locale.

Il bar era un piccolo bar. Fuori, lungo la piccola facciata, quattro tavolini erano occupati da alcuni vecchietti.
Dentro c'erano altri tavoli in legno, con un paio di turisti tedeschi alle prese con dei panini, un vecchietto che leggeva un giornale, e un enorme gatto nero, con qualche chiazza bianca sulla pancia. Mi avvicinai al bancone, guardandomi intorno.

"Klapsou! C'è una cliente!" il vecchietto che leggeva il giornale, verso una strettissima porta nel locale.
"Arrivo!" sentii cinguettare da chissà dove.

Un istante dopo, la padrona del bar fece il suo ingresso, con una damigiana d'acqua in mano.
Non seppi darle un'età. La fronte aveva qualche piccolissima ruga, ma forse dovuta alla forte abbronzatura.
Aveva un viso dai lineamenti piuttosto decisi, femminili, ma decisamente mediterranei.
Come si voltò di lato per chiudere la porticina, fece mostra di un bellissimo. Naso greco.
Era un volto a suo modo duro, serio, anche se in quel momento sfoggiava uno splendido sorriso.

Dal viso, lo sguardo mi corse rapidamente al corpo, e un collo snello ma muscoloso, si innestava su due spalle decisamente ben allenate alle fatiche.
E il resto del corpo, pure. Era tonicissima. Il genere di donna che puoi solo pensare che faccia palestra tutti i giorni.
Sotto una canottiera, sobbalzavano due seni di marmo, e sotto dei pantaloncini corti, sbucavano due gambe da centometrista.

"Salve... Cosa desidera?" mi chiese con un Inglese piuttosto fluente, senza smettere quel sorriso cordiale.
Cominciai a bofonchiare, in quell'Inglese senza costrutto:
"Salve. Mi hanno detto che... Bè, le serve un' aiutante... E... Ecco"

Senza smettere di sorridere, mi squadrò rapidamente dalla testa ai piedi.
"Cerco qualcuno per l'Estate, ma... E' un lavoro più faticoso di quello che sembra! Non penso che tu sia la persona adatta."
Sospirai. Me lo aspettavo. Sorridendo, dissi: "Me lo aspettavo. Mi scusi per il disturbo. Può farmi un panino? Il più economico quanto viene?"
Sempre sorridendo, disse: "Al tavolo costa di più."
Un quarto d'ora dopo ero seduta su una panca nella piazzetta antistante il bar, mangiando animalescamente il mio panino con prosciutto, pomodori, feta, insalata, cetrioli e qualcosa che erano olive, o forse insetti, ma egualmente commestibile.
Decisi di dormire sulla panca, e al mattino dopo fare altri tentativi, magari non in quella parte dell'Isola.

Il mattino venni svegliata da qualcuno, e sussultai, ancora in uno stato inconscio.
Come aprii gli occhi vidi la padrona del bar, che con un sorrisetto appena accennato (ma non la smetteva mai di sorridere?), disse:
"Scusa se ti ho svegliato, ma se qui ti beccano a dormire sei nei guai per vagabondaggio"
Aprì ancora di più il suo sorriso, soggiungendo: "e non credo che tu abbia abbastanza soldi per una multa"
Imbarazzata, le risposi di no.

"Dai, vieni. Ti offro la colazione." mi disse, incamminandosi verso il suo bar. Ancora mezza stordita dal sonno, presi su le mie cose e quando entrai nel locale c'era già un tavolino con la mia colazione.
Klapsou si sedette accanto a me, e si prese anche lei un caffè.
Mi divertii a vedere l'assoluta famigliarità con la clientela: il tizio che portava i giornali fu liberissimo di prendersi un dolcino dal bancone, e uno dei vecchietti, senza nemmeno chiedere, si fece da solo il suo caffè, si prese il suo giornale, e si sedette ad un tavolino.
Chiaccherando, venni a sapere che Klapsou aveva comprato quel bar quache Anno prima, e che cercava qualcuno per l'Estate perchè, con l'arrivo dei turisti, c'era parecchio lavoro.
Quando chiese di me e scoprii che ero Italiana, si glorificò, con uno dei suoi soliti sorrisi, di "conoschere qualcuna parola anche io".
Nel giro di un'ora non solo avevo rimediato una colazione, ma anche il lavoro. Ringraziai la mia buona stella di fare tanta pena a qualcuno.

Il lavoro, in effetti, era più faticoso del previsto.
La clientela abbondava, e ad ora di pranzo, o poco prima di cena, il piccolo bar era realmente invaso dalla gente.
Io schizzavo fra i tavoli e preparavo caffè e granite, mentre Klapsou farciva panini e faceva insalate greche con una velocità impressionante.
Morale della favola, alla sera ero sufficientemente distrutta da ritenermi soddisfatta.
Klapsou, bontà sua, mi concesse l'utilizzo della dispensa come camera da letto, ed ogni sera mi addormentavo con la visione di salami penzolanti, e odore di olive.

Arrivò così Luglio. Lavoravo, e mi piaceva, e la Domenica avevo la giornata libera. La passavo in spiaggia, o a fare qualche giro da turista.
L'unica cosa che mi faceva impensierire erano alcune battute sui gusti sessuali di Klapsou, gusti che personalmente corrispondevano ai miei, ma che cominciarono ad instillarmi un sottile desiderio di conferma, o smentita.

L'occasione arrivò una Domenica, quando andai con lei, all'alba, a vedere la nascita delle piccole tartarughe marine.
Sull'isolotto di Maratonissi, ma anche in altre spiaggie, scoprii, venivano a deporre le uova le Caretta Caretta.
Queste spiaggie erano chiuse all'accesso tutta Notte, momento in cui nasconoi piccoli, ma qualche ritardataria c'è sempre, e così, arrivando quando le spiaggie erano di nuovo accessibili, speravamo di incocciarne qualcuna.

La Domenica scelta, Klapsou venne a svegliarmi in dispensa, e venire svegliata da una sua carezza fu un risveglio assai traumatico. Salii dietro sulla sua Vespa, un rottame risalente al Tempo delle guerre Spartano-Ateniesi, e partimmo.
Mi godetti la sensazione dell'abbracciarla, con l'alibi del viaggio su quelle strade, e su quel modo di guidare, così... tortuoso.
Dopo un giro della spiaggia, nel quale ammirammo solo deliziose improntine sulla sabbia, riuscimmo a vedere solo tre piccole tartarughe, che arrancando, andavano verso il mare.

"Non bisogna toccarle, ma cazzo, quanto è difficile resistere" commentò Klapsou, mentre, inginocchiate, le osservavamo fermarsi ogni tanto a prendere fiato.
La guardai, e mi resi conto di esserne davvero attratta. Forse il suo essere sempre così felice, allegra, forse l'essere davvero una bella donna. Volli quasi baciarla, ma mi limitai ad abbracciarla, ringraziandola per avermi portato a vedere quello spettacolo.
Aspettammo di vedere i piccoli travolti dalla risacca, e restammo con i piedi nel bagnasciuga.

"Quando avevo la tua età ho fatto la mia prima vacanza da sola, con degli amici, su quest'isola... E non su questa spiaggia, ma su una poco più in là, mi sono fatta la mia prima ragazza. E' stato un disastro!" scoppiò a ridere.
Si girò a guardarmi. La fissai. Le porsi la mano, e lei la strinse.
Un istante dopo le sue labbra erano mie.
Sapevano di Sale.

CAPITOLO DUE:
Lacrime e Sangue

Non ricordo quasi di essermi staccata dalle sue labbra, eppure tornammo al bar.
Klapsou viveva al piano di sopra, si arrivava dal bar, con una scala, alla porta dell'appartamento.
Non vi ero mai salita. Era bellissimo.
Avevo notato il terrazzo, dall'esterno, ma mai avrei pensato che fosse tutto così.

L'appartamento profumava dell'aria marina, mentre il Sole inodava di raso tutto, dalle ampie finesre.
Il terrazzo aveva una parte più riparata, con una Vite che faceva ombra ad un piccolo tavolo, e i parapetti alti, di muratura.
Ovunque, fiori.
In un angolo, una scala scendeva sul retro, dove Klapsou teneva il piccolo orto, che conoscevo.
Non era un terrazzo fatto per guardare fuori, era un angolo costruito secondo i propri gusti.
"E' qui dove porti le giovani fanciulle concupite, e ti approfitti di loro, o musa sardonica e ammaliatrice?"
Le chiesi, pomposamente, mentre sul terrazzo mi giravo a guardarla.

"L'ultima fanciulla è stata quest'Inverno. Una turista olandese. Carina. Non si depilava." Mi rispose sorridendo.
"Non si depilava. Dove?" le chiesi, strizzando un occhio. Lei ridacchiò, avvicinandosi.
Ci baciammo nuovamente, questa volta con più slancio, forse per la privacy concessa da quel terrazzo.

Klapsou baciava seriamente, con passione, non troppo delicatamente, baci che non mi erano familiari.
Mi trovai a sospirare, rapita, mentre mi baciava il collo, e ad avvingiarmi sempre più a lei, che, forte e sicura, mi teneva fra le braccia.
Mi prese per le natiche, schiacciandomi a lei, sussurrandomi "Mio Dio, voglio scoparti..."
Sorrisi. "Sei un maschiaccio... Senza poesia."
Mi baciò ancora, per poi aggiungere lei: "Sì, sono un maschiaccio, e tu sospiri come una una vogliosa ninfetta... Non essere ipocrita."

Presi atto, con un sospiro, che aveva pienamente ragione. Avevo una voglia matta di fare l'amore con lei. "Hai ragione... Fammi tua, ti prego."

Come se niente fosse, mi issò in braccio a lei, e mentre continuavo a baciarla, mi portò in casa, passando dalla porta finestra della camera, dove mi buttò sul letto, montandomi sopra. Continuando a baciarmi, mi spogliò, e i miei piccoli seni furono ben presto oggetto di sfrenati baci. Francamente, non capivo una fava di ciò che accadeva. La volevo e basta.

Cercai di sfilarle la maglietta, ma non ci riuscii. Ritentai, ma venni distratta da un morso al mio capezzolo.
Lasciai cadere le braccia, e mi godetti quello splendore che mi tormentava i seni, mentre io mi avvinghiavo con le gambe sempre più stretta.
Sentii la mia voce, come di un'altra persona, implorare "Fottimi... Fottimi ti prego... Fammi urlare, fammi..."
La vidi sorridere, mentre mi slacciava i pantaloncini, ed un secondo dopo esclamare:
"Troietta! Sei un lago."
Aggrottai le sopracciglia.
"Troietta non me lo devi dire, insomma io nooooonh...." Mugolai, infiocinata da tre delle sue dita.
Klapsou non andava troppo per il sottile. Era una bestia affamata.
Mi scopava con veemenza, dicendomi cose che, in altre situazioni, avrei dibattuto a suon di cazzotti.
Ma ad ogni, per così dire, insulto, risucivo solo a rispondere con dei mugolii o con dei "Sì" sospirati.
Mi penetrava e leccava, leccava e penetrava, con una foga tale che ebbi il mio primo orgasmo in pochissimo Tempo.
Urlai, urlai di godimento, e urlai di scoparmi ancora e di non smettere.
Inutile dire che mi diede retta.

Era forte, decisa, mi scopava in maniera quasi cruda, ma con una passione, un desiderio, che mi facevano impazzire.
Urlai, all'improvviso, per una fitta di dolore.
Klapsou mise subito, e in un secondo me la trovai sdraiata accanto che mi baciava, piccoli velocissimi baci, chiedendomi scusa, scusa ancora, mille scuse, mentre d'istinto mi lacrimavano gli occhi.

"Dovevi dirmelo che eri ancora vergine..." Sussurrò. Sì, lo ero ma non... Insomma avevo un pò paura della cosa, ma più che altro non mi ero mai sentita pronta.
"Klapsou... Non Voglio più esserlo. Ma non farmi male..." le sussurrai, abbracciata, sentendo che avevo voglia di lei, che fosse lei a farlo, a deflorarmi lì, su un letto bianco inondato di Sole, con l'odore del Mare nelle narici.

Si scostò da me, per rovistare in un cassetto del comodino.
Ne estrasse un dildo, lucido, metallico, di forma ben poco fallica.
"Non ho detto che volevo un supposta" sussurrai, sorridendo, in realtà molto nervosa.

Lei scoppiò a ridere, e con uno di quei sorrisi paradisiaci, mi tranquilizzò.
"Non ti farò male... Ma è meglio usare questo"
Sospirai, annuendo.
Klapsou scivolò nuovamente tra le mie cosce, e delicatamente cominciò a far scorrere il dildo tra le mie grandi labbra.
Provai un piccolo brivido a contatto con una superficie non propriamente calda e morbida, ma le carezze di Klapsou rendevano tutto estremamente piacevole.
Con voce dolce mi sussurrava di rilassarmi, e continuava a massaggiare le mie parti basse in maniera così delicata che presto mi rilassai del tutto.
Cominciò così ad andare un pò più a fondo, stimolando delicatamente ogni zona, e cominciai ad ansimare.
Intuii cosa voleva fare: portarmi a rilassare ogni mio muscolo, pedispondendo alla penetrazione completa le mie zone più delicate.
Il piacere saliva, di pari passo con la mia voglia di venire penetrata, la sua veemenza nei gesti e la profondità della stimolazione.
Presto giunse in zone che non erano mai state raggiunte, e sentiidentro di me il dildo che incontrava l'ostacolo del mio imene.

Klapsou si fermò lì, continuando un pò ad uscire, un poò a rientrare, a muoversi dentro di me, continuando a farmi gemere sempre di più.
Sospirai.
Lo volevo, lo volevo in quell'istante. Non solo volevo perdere la mia verginità, ma desideravo ardentemente venire penetrata fino in fondo, senire dentro una persona amata, lo volevo con tutta me stessa.
Volevo che Klapsou rompesse quella parete, la volevo, la desideravo, lei, solo lei, che si muoveva dentro di me così bene e Dio, perchè non mi sbatteva dentro quell'affare?
"Fallo! Fallo! Fallo!" Urlai in preda alla voglia, in Italiano.
Sentii che il dildo dentro di me arretrava un attimo per poi avanzare e...

All'inizio pensai che mi avesse accoltellata.
Poi pensai che no, mi aveva rotto qualcosa.
Poi pensai che qualsiasi cosa mi avese infilzato era rimasta incastrata.

Mi accorsi di aver stretto nelle cosce il braccio di Klapsou, durante l'urlo.
Faceva un male cane, un male indecente!
"Oddio! Oddio!" La sentii dire, mentre si inerpicava su di me.
"Non ti farò male?" le urlai in viso "fa un male della madonna! Cazzo!"
"Serena... Non si è rotto!" mi disse.
Rimasi a fissarla. Come "Non si è rotto"... E di che è fatto, cemento?
Sentii la sua mano di nuovo tra le mie cosce, muovere il dildo che ancora era lì.
"E' spesso... E' normale, è normale! Se si fa troppo piano non si rompe..." mi sussurrava, viso contro il mio, stringendomi a sè con il braccio sinistro.
"E ora? Ora?" piagnucolai. Mi sorrise.
"Ora non è un problema, basta..."

Sentii che non solo prendeva più rincorsa di prima, ma che anche l'affondo era immensamente più deciso.
Urlai di dolore, mentre la mia verginità veniva pugnalata con foga.

Meno male che non doveva farmi male.
Va bene, di solito non fa così male. Se si ha il "problema" che avevo io, però, sì!
Con le lacrime agli occhi, mentre il dolore avaniva così come era arrivato, osservai il dildo macchiato di Sangue daanti ai miei occhi.
"You are a Woman, now..." mi disse, sorridendo.

Le sorrisi di rimando, asciugandomi gli occhi dalle lacrime.
"Scusa... Non volevo piangere..." le dissi, imbarazzata.
"Io lo prendo come un complimento..." mi disse, dolce, sorridendo. "Sai perchè?"
Feci cenno di no con la testa.
"Klapsou vuol dire "Lacrima"..."

La baciai, ancora con le lacrime agli occhi.

CAPITOLO TRE:
La Prima Notte del Mondo.

La Vita là non era affatto male.

Ogni Mattina le labbra calde di Klapsou mi svegliavano, per poi intrattenersi nelle mie parti basse, facevamo colazione, spesso a letto, e dopo esserci preparate, scendevamo ed aprivamo il locale.
Se qualche avventore storico del bar aveva subodorato qualcosa, non lo diede mai a vedere.

Klapsou si assunse sin dal primo giorno i ruoli di amante, amica, datrice di lavoro e madre, praticamente occupando ogni mio pensiero.
Mi piaceva da impazzire fare l'amore con lei, uscire la sera a divertirci, ma anche lavorare in quella ressa di clienti, ma anche quando mi consigliava o mi trattava quasi come una figlia.

Trattamento al quale non ero abituata e che non solo mi lusingava, ma talvolta mi metteva a disagio in senso buono, e piccole klapsou mi rigavano il volto, prima di venire baciate via da lei.
La Domenica era il giorno più felice...

Intanto, si dormiva fino a tardi, e ci si svegliava facendo l'amore. La colazione era rigorosamente a letto, e ogni volta, poi dovevamo cambiare le lenzuola che tra briciole, miele, yogurt, marmellata e umori vari, erano sempre inguardabili.
Mano nella mano ce ne scendevamo alla spiaggia vicino casa, e ci rimanevamo tutto il giorno.

Una volta, verso mezzogiorno, dormicchiavo al Sole.
Ero completamente in pace con me stessa, dopo una bella nuotata in un' Acqua così calda da sembrare brodo, e mi godevo la sensazione del Sole e del Vento che asciugavano il Sale sulla mia pelle.

Plic plic plic plic...
Sentii delle goccioline fredde bagnarmi il viso, e come aprii gli occhi ebbi quasi un orgasmo.
In topless, totalmente bagnata, che mi guardava sorridendo. Era Sconvolgentemente bella. Sexy. Appetitosa. Era...
"Venere... O meglio Afrodite!" le dissi, sorridendo. "Com'è andato il bagno?"
Per tutta risposta mi si sedette sopra, bagnandomi e facendomi rabbrividire.
"L'acqua è calda. Si sta bene"
Il contatto della mia pancia con il suo sedere ed il suo sesso bagnati nel costume mi fecero risvegliare qualcosa, che lei notò.
Non ci fu bisogno di parlare, cinque minuti dopo eravamo infrattate nella boscaglia.

La "nostra" spiaggia non era niente di che. Semplicemente, era una C di roccia, di scogli, che dalla parete "alta" su cui stava il paese, scendevano sino al Mare.
In quella specie di conchetta si era accumulata abbastanza sabbia da creare una spiaggia, e nella parte più a ridosso della parete, erano cresciuti dei cespugli e delle piante.
Era una piccola boscaglia, all'ombra della quale pranzavamo tutte le Domeniche. Un paio di Ulivi e qualche altra pianticella erano abbastanza grandi da creare un soffitto verde fresco, ombreggiato e rilassante.

"Sì Sì Bravissima" gorgogliò, appoggiata ad un tronco, mentre la mia lingua si intrufolava nelle sue remote carnosità, assetata di quel suo sapore delizioso.
Klapsou era molto "mascolina", nel modo di fare l'amore, ma anche eccezionalmente dolce.
La divertiva "possedermi", ma non era bruta o irruenta, non troppo. Era comunque sempre riguardosissima di me.
Per quanto io fossi terribilmente remissiva, stupendomene spesso.
Dopo.

Prima di conoscerla, non avrei mai pensato che mi sarei trovata su una spiaggetta Greca, a carponi, a pregare un'altra donna non di "farmi impazzire", non di "donarmi piacere", non di "venire lì a fare l'amore", MA di "fottermi come una troia, senza pietà". Per usare le parole che usai all'epoca.
Klapsou non si faceva mai ripetere cose simili due volte. Semplicemente, mi afferrava con quelle braccia così forti e mi riduceva ad uno straccio. Alla fine, ogni volta, eravamo sporche di sudore e sabbia, con il fiatone, come due bestie dopo una lotta. Per fortuna una corsa veloce in Mare ci ripuliva di tutto, e ci ristorava abbastanza da poter uscire dall'acqua con un aspetto quantomeno decente per girare in paese.

Una Notte... Un Sabato Notte...
Avevamo lavorato come dannate tutto il Giorno. Erano sbarcati un Miliardo di turisti quel giorno, e davvero, eravamo impazzite a stare dietro a tutti.
Come diceva Klapsou, l'arrivo dei turisti era come un'onda: bisognava prenderla tutta per cavalcarla, perchè chissà dopo quanto ce ne sarebbe stata un'altra!
Quindi ci eravamo rimboccate le maniche e avevamo fatto i salti mortali tutto il giorno, filando a letto senza cenare, e addormentandoci subito.

"Mettiti su il costume e vestiti. Usciamo..." Klapsou mi sorrise, a un centimetro dalla mia bocca, dopo avermi svegliato con un bacio.
"Perchè?" sbiascicai, intontita.
"Sorpresa!" squittì lei, sorridendo come sempre, mentre andava in cucina.

Mi alzai, guardando la sveglia sul comodino. Erano le 23! Ecco perchè ero così rimbambita, avevo dormito un tubo.
E avevo fame.
Mi trascinai in cucina, e trovai una piccola colazione sul tavolo.
Klapsou era una grande.

Mi guardò sorridendo.
"Hai sempre fame, tu... Non ricordavo che gli adolescenti avessero un tale bisogno di mangiare. Di continuo."
Le sorrisi. Sì. Era davvero una grande.

"Buca" mi avvertì, mentre la Vespa malridotta (ormai ero certa fosse la Vespa di Pericle, tanto era scassata) prendeva una buca.
"Buca" ridisse un secondo dopo, mentre sobbalzavamo.
"Non puoi evitarle?" le chiesi.
"Certo!" rispose.
La Vespa curvò leggermente, andando sul bordo della strada. Sussultai, a una spanna da una rupe scoscesa.
"Scogliera" disse, con lo stesso tono di prima. "Meglio le buche, vero?" aggiunse, tornando in carreggiata.

La Notte udì i miei commenti sarcastici sulla sua pazzia e le pessime strade della Grecia, e le sue bellissime risate.

La Vespa si fermò al limitare di una piccola boscaglia, su uno spiazzo. Klapsou prese dal sottosella un paio di asciugamani e una torcia elettrica.
"Speravo che non ci fossero queste nuvole, la Luna stasera è praticamente piena... Meno male che ho portato questa" disse.
"Su, mettiti in costume" mi disse, svestendosi, e ritirando le cose nel sottosella.
Appena fummo pronte, accese la torcia elettrica e cominciò a farmi strada.
"Dove stiamo andando?" le chiesi, un'altra volta ancora.
"Sorpresa" sospirò, "ho detto 'sorpresa'! "
Mi scusai, facendole comunque notare che era normale una certa curiosità, visto che stavamo scendendo un sentiero ripidissimo, stretto, praticamente al buio, in mezzo alla Notte.

La discesa fu facile. Pur vedendo solo ciò che mi illuminava lei, ero certa che stessimo scendendo verso il Mare, dal rumore e dall'odore che si sentiva.
Ancora qualche minuto di discesa, e i miei piedi toccarono del terreno in piano.

"Siamo quasi arrivate!" mi disse, prendendomi per mano.
Percorremmo ancora qualche decina di metri, e svoltammo oltre un piccolo muraglione di pietra, trovandoci...In spiaggia, ovvio. Ma era una spiaggia Enorme!
La Luna, facendo capolino oltre una nuvoletta, illuminò tutto quasi a giorno.
Era una spiaggia quasi dritta, e noi eravamo praticamente nel mezzo. Alla mia sinistra si ergeva un enorme promontorio, che proiettava la sua ombra sulla spiaggia.
"Adesso me lo dici dove siamo?" le dissi, sorridendo.

"Siamo a Gerakas" mi disse prendendomi per mano. "Su andiamo, la sorpresa non è mica questa"
Cominciò a correre, tirandomi, lungo la spiaggia.
Vivendo con lei avevo capito come facesse ad essere così tonica. Non si fermava mai!
Le stetti dietro, anche se avvertivo chiaramente che la sua corsa era leggera e malcondotta solo per stare al mio passo.

Ad un certo punto, la sabbia cominciò a diventare stranamente collosa.
Dapprima non ci feci caso, ma ad un certo punto persi quasi l'equilibrio, in quanto un piede mi si era affossato nel...
"Fango?" dissi, estraendo il piede e quasi perdendo il sandalo.
Klapsou cominciò a ridere, scattando via da me, più avanti.
Sembrava una centometrista. Come un lampo sparì nell'ombra del promontorio, e di lei si sentivano solo le risate lontane.
Mi sistemai il sandalo, e poi cominciai anche io a correre, cercando di raggiungerla.
Come arrivai vicino alla linea d'Ombra rallentai, per vedere dove fosse.
Gli asciugamani erano abbandonati sulla sabbia.

Un attimo dopo una palla di fango mi colpì in petto, facendomi urlare di spavento.
Al mio urlo seguirono le sue bellissime risate.
"Dove sei???" le urlai.
"Qui!" mi rispose, da un "qui" che non si capiva.
Un'altra palla di fango mi raggiunse, stavolta alla gamba.

"E smettila!" le urlai. Che schifo, insomma... Era solo fango, ma diamine...
Sentii il rumore appiccicoso dei suoi passi, e la vidi arrivare.
In una mano aveva un blocco di fango piuttosto grosso, alla vista del quale trasalii.
"Ehi, non tirarmi quella roba che peserà una tonnellata!" le dissi, alzando le mani.
Sorrise. "Tranquilla, non te la tiro..."

Mi arrivò vicino, prese del fango con due dita, e rapidissima mi fece un paio di segni sotto gli occhi.
"Augh! Piccola donna con i capelli pazzi" disse ridendo.
Mi imbronciai. Era colpa del suo maledetto casco se avevo i capelli totalmente fuori posto. Uffa.
Indicando il pezzo di fango, le chiesi:
"Senti, non me lo presenti il tuo amico? Visto che sembri così in intimità con lui"
Sorrise.
"Questo fango non è fango normale. Vedi che è argilloso e grigio?" disse, indicando il blocco.
"Tutto il promontorio e parte della spiaggia sono fatti di questo fango, che è ottimo per la pelle. Si vende anche. Ma volevo portarti direttamente qui, levati tutto..."
Concluse, inginocchiandosi a terra e depositando il suo "amico".

Un pò disorientata, mi levai il costume e mi sdraiai sulla sabbia.
La sua temperatura non proprio caldissima mi fece rabbrividire, mentre osservavo Klapsou prendere una manciata di fango e appallottolarlo.
Mi prese un braccio e cominciò a infangarmi.
In effetti si sentiva che non era fango normale, era un pò viscido, ma anche ruvido, era come...
Come la pasta lavamani, qualcosa del genere.

Klapsou, dolcemente, mi ricoprì completamente di fango, prima da un lato, e poi dall'altro.
Mi riaddormentai, quasi, mentre le sue mani calde spalmavano il fango sui miei seni, o sul mio collo.
E l'avrei fatto, se non fosse stato che le sue labbra, continuamente, venivano a trovare le mie.
"Ora aspettiamo che asciughi..." disse. Il venticello della costa mi seccò addosso tutto in qualche minuto, e mi rialzai, scricchiolando, dicendole:
"Adesso tocca a te!".
Mi sorrise, slacciandosi il costume.

Ci sono situazioni che, ripensandole a posteriori, sembrano assurde.
Sembra assurdo l'essere su una spiaggia, di Notte, imbrattate di fango, a prendere manate da un blocco di questo e spalmarlo sul corpo statuario di una greca bellissima, solare, travolgente, con un nome così malinconico.
Eppure, ero lì, e lei era davvero bellissima. Non riuscivo a resistere come lei, perciò un paio di baci ai suoi giunonici, sodissimi, staturai seni glielo appioppai ugualmente.

Inespertamente, la coprii di fango, così come aveva fatto con me, e alla fine, eravamo due statue di argilla, due golem, sedute a rimirare il Mare.
Scioccamente, mi misi a manipolare il fango rimasto, modellando dapprima una specie di anatra, con evidenti problemi di macrocefalia.
L'anatra, tirata per il collo, divenne una specie di cigno, e poi di nuovo una palletta di fango.

Klapsou, sorridendo, me la prese dalle mani, e tirando e modellando, e scolpendo con un'unghia, creò un perfetto fallo umano, con tanto di dettagli anatomici quali il filetto.
Scoppiai a ridere, complimentandomi per la bravura nell'aver creato "una cazzo di statuetta", e risi ancora di più quando urlando "Sono Lorena Bobbit!" lo spezzò in due.
Era semplicemente folle, e la adoravo.
Le saltai letteralmente addosso, baciando più fango che altro cercando la sua bocca, e i due golem di argilla presto furono adesi uno all'altro, tastandosi, baciandosi, e desiderandosi sotto quella crosta secca e appiccicosa.

Ci rialzammo, come d'accordo, mi prese per mano e mi portò nell'ombra del promontorio.
Lì la spiaggia spariva, il promontorio argilloso era lambito dalle acque, basse e calde.
Il fango, a contatto con l'Acqua, si scioglieva.

Arrivammo alla parete, e francamente la trovai quasi Lunare.
Liscia, viscida ma asciutta, grigia, enorme... Strana.

Klapsou mi afferrò con dolcezza e mi schiacciò contro la parete, incomindiando a baciarmi con foga. Alzai una gamba, avvinghiandomi a lei, desiderosa. Tra un bacio e l'altro, riuscii a sospirarle un "Prendimi Ti prego..." che venne accolto da un sorriso.

Klapsou mi abbracciò, e mentre mi sorrideva ancora si laciò cadere, trascinandomi, nell'acqua bassa.
In quella specie di bassa pozza, i, nostri corpi vennero subito ripuliti dal fango, e quel che non veniva via subito, le nostre mani lo spazzavano via, impegnate a tastarci, accarezzarci, strofinarci l'una con l'altra.

Ero adesa a lei, alla sua pelle splendida, alle sue labbra che desideravo più dell'Aria, al suo corpo...
Come al solito, ma in maniera insolita, mi strinse con foga, e io sospirai, avvinta da quelle braccia forti, quella presa così...
Possessiva, vogliosa e dolce allo stesso Tempo.

A posteriori, individuo in quella felicità una sensazione inconscia di sicurezza, elemento che in quel periodo non era certo presente nella mia Vita.

Klapsou, questa donna per così dire, selvatica, non sembrava avere bisogno di parlare per farmi capire. Le bastava sorridere e accennare un moviemtno, che io afferavo l'idea e mi comportavo di conseguenza.

In quella pozza di acqua fangosa e calda, tanto bassa che ci si stava semisdraiate senza problemi, illuminate dalla Luna, Klapsou mi spalancò le cosce, avvinghiandocisi con le sue.

"Che stai" dissi, interrompendomi subito quando avvertii un suo colpo di bacino, atto ad aderire al mio sesso con il suo.
Mi sovvenne quella posizione ma non l'avevo mai provata. Decentemente.
Klapsou mi strinse ancora, e cominciò dapprima lentamente, poi con più decisione, a sfregare il suo sesso contro il mio, come... Come una tribade, esattamente come il nome della posizione, tribadismo, suggeriva.

Ed era splendida.
Socchiusi gli occhi, godendomi la sensazione magnifica.
Ero in una pozza d'acqua, nella fanghiglia, con una donna incredibile che non solo, chissà perchè, mi desiderava immensamente, ma che era anche straordinariamente brava.

Klapsou non desistette da quella posizione nemmeno un istante, scopandomi in maniera paradisiaca.
Gli unici suoni che emettevamo erano gorgoglii, rantoli, mugolii e sospiri.
Cominciai anche a emettere qualche urlettino a denti stretti, mentre dentro di me montava l'orgasmo.

Venni, contemporaneamente a lei, e nell'orgasmo contrassi tutti i muscoli, avvinghiandomi a lei, affondandole le unghie nella schiena e il viso nell'incavo del collo.
Le rimasi aggrappata, scossa dai tremori dell'orgasmo, mentre piano piano lei calava il ritmo, fino a cessarlo del tutto, anche lei un unico fascio di muscoli tesi per l'orgasmo.

Ci rilassammo, crollando del tutto nella pozza d'acqua, sospirandoci addosso.
Rimanemmo così per qualche minuto, carezzandoci il volto.

"Piaciuta la sorpresa?" disse, sorridendo.
Le sorrisi di rimando, e le risposi cercando di sfondarle il palato con la mia lingua.

Poco dopo, mi sedetti nella pozza.
"Aspettiamo l'Alba?" le chiesi, e sorrisi vedendo che faceva cenno di sì con la testa.

Mi piaceva quella sensazione.
Guardai in alto, nel Cielo, la Luna compiere il suo giro tranquillo, tingendo tutto con una sfumatura azzurrastra a dir poco magica.
Chiusi gli occhi, con il volto sempre verso il Cielo.

Parlai, sussurrando, quasi stupendomi delle mie parole.
"Sembra di essere appena nate. Nude, bagnate, viscide, la pelle pulita. In una pozza di liquami caldi. Appena create, alla Nascita del Mondo, dal fango, dal Mare.
Oh Klapsou... Quando arriva la Prima Alba del Mondo?"
Aprii gli occhi, guardandola, e cogliendo nel suo sguardo non desiderio, non derisione, nè altro, se non... Ammirazione.
"Sei una poeta!" disse, sorridendomi, allibita.
Si mise seduta. "E' la Luna che ti fa venire l'ispirazione?"
La guardai.
"Può darsi... Se il tuo nome è fatto di Sale e Acqua, come questo Mare, il mio è fatto di terra grigia e pallore, come Lei..."

Mi guardò, senza capire.
Le sorrisi.
"My middle name is 'Moon'... Luna."


CAPITOLO QUATTRO:
La Partenza.

E purtroppo, il Tempo di andarmene giunse.
Passai un'intera settimana a ragionarci da sola, e una a ragionarci con lei.

Da una parte non volevo andarmene. Dall'altra... Non amavo molto l'idea di vivere su un'Isola tutta la Vita, a fare la barista.
Klapsou capiva. Capiva benissimo e da donna forte qual'era, non imponeva alcuna idea.

Nel frattempo, come se avvertissi che presto l'avrei lasciata, sfogavo ogni istinto su di lei.
La sensazione di star per perdere un "appoggio", mi fece reagire come avevo sempre reagito (e tutt'ora, ahimè, reagisco): rabbia.

Non rabbia razionale, come un inconscio desiderio di punire chi-cosa mi avrebbe fatto soffrire.
Avvertivo, quasi, Klapsou "colpevole" di avermi fatto stare così bene, che poi ne avrei sofferto la mancanza, e quindi, specialmente durante il sesso, mi comportavo in maniera piuttosto feroce.

Più di una volta fui io ad impormi, a scoparla o farmi scopare, per così dire, ad essere la parte "dominante".
Klapsou accettava, e mi soddisfava, anche piacevolmente sorpresa che il suo trastullino fosse ormai lì a tenerle testa.

Ma il succo non cambiava: dovevo andare, dovevo finire quella vacanza.


Un mattino, Klapsou mi svegliò come al solito, e feci per alzarmi ed andare in bagno. Presto avremmo dovuto aprire il bar.
"No Ferma. Non alzarti" mi disse, schiacciandomi nel letto. "Oggi stiamo chiuse"

"Sei pazza? Oggi arrivano i traghetti. Un sacco di gente!" le dissi, aspra. "Dici sempre che sono come un'onda da non perdere"

Mi guardò, e per la prima volta colsi nel suo sguardo una malinconia, che mai era presente.
"Sei Tu l'onda che non voglio perdermi... Adesso".
Rimase così, con un labbro tremolante, a guardarmi, e non sapendo che altro aggiungere, mi appiccicò un bacio che ricambiai, presa alla sprovvista da quelo slancio romantico così inusuale in lei.

Forse per la prima volta, facemmo l'amore in maniera dolcissima, intensa, rilassante.
Qualcosa si era rotto, non c'era voglia di essere la "forte" della coppia, in nessuna delle due.

Finito tutto, mentre mi carezzava i capelli, Klapsou sussurrò:
"Domani Parti."
Non era un ordine nè una richiesta, nè altro. Era semplicemente un consiglio materno, amicale, amoroso, tutto insieme. Annuii.

"Però... Portami sulla spiaggia dove sei stata con la tua prima donna..."
Sorrise. "Va bene, ma non è..."
"...Niente di che!" disse di nuovo, mostrandomi con un gesto della mano la spiaggetta.
Era davvero misera. Uno sputo di sabbia, dietro uno scoglio, qualcosa tipo quaranta metri quadri di sabbia, un accumulo assurdamente piccolo.
Soleggiata, tutto il Giorno.
"L'unico vantaggio è che puoi arrivare solo passando dagli scogli, ma non ci viene nessuno, praticamente mai. E poi..."
Klapsou continuava a parlare, guardando gli scogli, senza badare a me.
Le mutandine del mio costume caddero a terra, mentre lei si girava.
"Ma!" rimase a bocca aperta, mentre, nuda, mi scioglievo i capelli e la guardavo.
"E allora? E' vietato il nudismo?" dissi, sorridendo.
"No, però..." sorrise di rimando.
"E allora..." mi girai, e facendole cenno di seguirmi, entrai in acqua.
Qualche minuto dopo arrivò lei. Ci abbracciammo, nell'Acqua bassa, cominciando a baciarci.
Finimmo ben presto sul bagnasciuga a fare l'amore, per rientrare in Acqua, uscire, rifare l'amore, rientrare, sdraiarci sugli scogli a rifare l'amore e così...
Tutto il giorno.

Andai a fare pipì in Mare, verso sera, e quando risalii sulla spiagga la trovai lì, sull'asciugamano, ad aspettarmi.
"Vieni qui..." mi sussurrò.
Mi sdraia sopra di lei, baciandola.
"Alzami una gamba..." lo feci. "E metti sotto la tua... Così... Vieni vicino... Avvicinati..."
Adesi al suo corpo, baciandola e stringendola. Il mio sesso era contro il suo, e fino ad allora, mai lo era stato in quel modo.
"Ora Fottimi. Ti prego..."
Lo sussurrò così dolce, vogliosa, desiderosa. Che istintivamente cominciai.
Scoprii quasi con fastidio che non solo ero capace di farlo, ma che ero anche bravina!
A giudicare da come si mise a mugulare lei. Lo ero anche parecchio!

Cominciai a baciarla, e nn ricordo quando smisi. Arrivammo all'orgasmo assieme, ancora baciandoci, e non mi fermai.
Continuai, semplicemente, ancora, un orgasmo ancora, per sfiancarmi su di lei, crollando esausta.

"Brava, Sei bravissima, Bravissima" cominciò a dirmi, accarezzandomi.
Qualche minuto dopo rientrammo in acqua, ci sciacquammo, e dopo esserci asciugate, ci rivestimmo.
A casa, fece la doccia mentre io rimettevo tutte le mie cose nel mio zaino scassato, e mentre la facevo io, lei preparò la cena.
Uscii dal bagno, e non trovai nessuno in cucina.
"Ehi... Qui!" mi urlò dal terrazzo, invitandomi a raggiungerla.
Il terrazzo era ancora ben illuminato, e sotto il rampicante, sul tavolino ben apparecchiato, stava la cena.
Ci sedemmo una di fronte all'altra, mangiando con calma, in una quiete deliziosa.
Con l'avanzare della bella cena, cominciai a sentire, paradossalmente, la sua mancanza, e giunte alla fine di tutto, non resistetti.

Mi alzai, e facendo il giro del tavolo, mi sedetti a cavalcioni su di lei, baciandola.
Le sue labbra sapevano di Olive e formaggio. Così unte e salate. Non volevo staccarmene.
Dal canto suo, abbracciandomi, sembrava non volermi lasciar andare nemmeno lei.
Dopo il bacio, feci scivolare il capo nell'incavo del suo collo e lì, come se niente fosse, mi addormentai in braccio a lei, come una bambina troppo cresciuta.
Le sue braccia forti mi cullarono, mentre Morfeo mi portava nel dolce oblìo del sonno.

"Le rosee dita dell'Alba", come scrisse molto Tempo fa un conterraneo di Klapsou, mi risvegliarono.
Mi guardai attorno, intontita dal sonno pesante e senza sogni in cui ero precipitata.
Klapsou doveva avermi portata a letto.

Mi girai, e istintivamente la abbracciai, facendola sussultare.
Una sveglia imprevista. Si girò verso di me, sorridendo, e mi baciò, dolcissima.
Senza dirci nulla, ci abbracciammo, ritornando a dormire, l'una nelle braccia dell'altra.
Sognai, sognai una pianura verdeggiante che il mio inconscio mi diceva fosse "casa", fino al risveglio.

Klapsou mi svegliò con un tenero bacio, sussurrandomi:
"Preparo la colazione" ed alzandosi.
Conscia della mia partenza ormai imminente, rimasi sdraiata, spalmata a gambe e braccia aperte, nel letto candido e profumato, cercando di mandare a memoria ogni angolo di quella stanza.
Quando sentii il tintinnare del cucchiaino dello zucchero nella tazza, mi alzai, e feci la mia solita colazione iper-consistente, sotto il solito sorriso bonario di Klapsou.

La ricordo ancora, seduta di fronte a me, una mano a sorreggere la testa, che mi guarda sorridendo, con i capelli che le ricadono ovunque in lunghe ciocche, più madre che amante, più sorella che amore.

Finita la colazione e fatta una sosta al bagno, mi vestii, e con lei andai al porto.
Il traghetto attendeva di partire. Klapsou andò alla biglietteria a comprare il mio ritorno.
Sentii di volerle urlare qualcosa.

"Mi accompagni fino all'altro porto?" le dissi, rincorrendola. "ti prego, Solo fin lì..."
Sospirò, guardandomi, ma annuendo.
Improvvisamente la partenza era qualcosa di bello. Finchè c'era lei, lo sarebbe stato.
Salimmo sul traghetto, andando a prendere il vento, sedute sotto il Sole, circondate da turisti su turisti.

Non resistetti, e chiesi ad un turista di farci una foto assieme.
Sorrisi, abbracciata a lei, mentre un obesissimo tedesco ci immortalava.
Sembrò il Tempo di una foto, ed arrivammo al porto.

Non volevo Pensare. Non volevo fosse vero, e non volevo partire.
Solo quando comprai il biglietto della nave, mi accorsi che stavo realmente andandomene.
Mi allontanai dalla biglietteria, andando verso di lei.

Bella, Bellissima.
Il vento le scompigliava i capelli, il Sole le baciava la pelle, riflesso dai suoi occhiali da Sole.
Il vestito le svolazzava, ondeggiando, facendo mostra ora più ora meno, delle sue gambe.
Mi sembrò quasi irreale che quella Dea greca, fino al giorno prima, fosse sdraiata su una spiaggia a fare l'amore con me.

Zitta, raccolsi il mio zaino accanto a lei, ed andammo alla mia nave.
Arrivammo fin troppo presto al "mostro" di metallo che mi avrebbe riportato a casa, e all'imbarco.
Rimanemmo lontane dalla folla, per salutarci.

Ricordo solo di averla tirata a me, ed averle dato uno dei baci più intensi della mia Vita.
La guardai, dicendole solo: "Sono stata benissimo. Grazie" e ricevendo l'ultimo, forse, dei suoi splendidi sorrisi.

Mi voltai, e quasi correndo, salii sulla nave, passai il controllo e salii le scale di metallo.
Corsi su uno dei ponti, per vederla, ma all'ultimo rimasi distante dalla balaustra.

Non sapevo se avrei potuto vederla così piccola. Con ancora il suo sorriso negli occhi e il sapore delle sue labbra sulle mie.
Quando, cinque minuti più tardi, sentii che la nave sollevava il ponte mobile per le auto, capii che dovevo salutarla.
Mi avvicinai alla balaustra, guardando la folla, cercando di individuarla.

Gente che andava, gente che veniva, gente che salutava. Parenti, amici, portuali, gente diretta ad altre nai, altri traghetti, per salirci, od appena scesa.
La cercai, senza trovarla. Sospirai, mentre il mio occhio correva in giro, mentre la nave vibrava e tremava, cominciando lentissima a muoversi.
Mi appoggiai con il mento alla ringhiera, fissando il porto, il molo, la lunga passatoia di cemento che divideva l'attracco della nostra nave, dagli altri.

Trasalii, quando la vidi alla fine della passatoia, fiera in mezzo al vento che le scuoteva abito e capelli, davanti a quel muro di ferro che era la mia nave.
Mi sembrò immensamente piccola, ed immensamente grande.

Fiera, ritta, con gli occhiali da Sole che rimandavano la Luce, voltata verso la nave, quasi a sfidarla.
Una Nike di Samotracia moderna. La MIA Nike.

Agitai le braccia, per farmi vedere, e un altro sorriso le si dipinse in volto.
Mi salutò con la mano, e sorrisi, felice, comunque, di poterla vedere fino all'ultimo tratto di terra.

Si scostò i capelli dal viso, levandosi gli occhiali da Sole.
I suoi occhi, così belli ed intensi, e il suo viso sorridente, brillavano di mille klapsou.

CAPITOLO CINQUE:
Il Ritorno.

"Ehi! Ehi! Ehi! E aspettami!" grida dietro di me.
Mi fermo, girandomi sorridendo. "Eddai! Sei una dannatissima lumaca!"

Il mio Amore, Chiara, mi guarda seccata, arrancando.
Poverina, non è fatta nè per il caldo nè per il Sole, e la Grecia non è decisamente il suo Mondo.
"Se non ti portassi dietro la casa, ogni volta che andiamo da qualche parte..." commento, sarcastica, indicando il suo zaino da viaggio che piange da giorni sotto lo sforzo di contenere tutto quel che ci ha messo dentro.
"E' tutta roba che mi serve." risponde, ponendo fine alla questione.


Avanziamo lungo il molo di cemento, in mezzo alla folla di turisti che si riversa su Zakynthos.
Dire che non è cambiato nulla sarebbe riduttivo. Penso che persino il vecchietto che prova a pescare nell'acqua del porticciolo, sia lo stesso che vidi quando arrivai qui la prima volta.

Stringo la mano della mia dolce metà, mentre la guido verso strade che ho memorizzato Anni fa, verso l'unica meta, l'unico motivo del mio ritorno.
Mostro alcune cose ad una caracollante Chiara, mentre ci dirigiamo laggiù, verso quella piazzetta...
"Dai sù... Ti vuoi muovere un pò?" le dico.
"Mi scappa... Da... Pisciare..." fa lei, imbarazzata.
La farà dopo, La farà al bar!

Ed ecco la piazzetta.
Che è... Come allora. Ecco, nuove panche, questo sì, è nuovo. Ho quasi paura a girarmi, a vedere quel bar, quel posto.
Devio verso sinistra, portandomi in fronte a...

"Attenta alla palla!!!" mi urla Chiara, tirandomi a sè.
Quasi perdendo l'equilibrio, traballo indietro, mentre un pallone da calcio mi sfiora la faccia, inseguito da un bambino di non più di tre anni.
"Sorry!" sento urlare da un uomo, evidentemente greco, evidentemente padre del bambino.
"Oh... Emh... Nothing... Don't worry" smagnio una risposta.
("nothing" un corno, imbecille, mi vuoi staccare la faccia con un pallone?)

Di fianco a lui, il bambino mangia un pezzo di pane, guardando se stesso prendere la palla.
Qualcosa non mi torna.
E sono ancora sobria.
"Uuh Due gemellini. Che bellini..." Chiara squittisce alle mie spalle, chiarendomi il mistero.
Sorridendo cortese, guardo dall'altra parte della piazzetta, là, il mio obiettivo...
Il bar. Il "mio" bar. Il SUO bar.

Mi incammino, seguita da Chiara che ancora osserva sorridendo i due bambini.
Giunta alla porta, scosto la tenda di plastica, ed entro nella frescura del locale.

Mi guardo attorno. E' cambiato. Ci sono nuove foto, un paio di nuovi quadri, senz'altro ritinteggiato, i tavoli sono come quelli vecchi, ma evvidentemente nuovi.

Dalla porta dietro il bancone, che saliva fino nella SUA casa, si sentono dei rumori di passi, sta arrivando qualcuno.
Sorrido, aspettando di vedere LEI che spunta dalla porta e...
"Kalimera!" mi saluta una gioviale signora di una sessantina d'Anni.
"Oh... Emh... Kalimera" rispondo, sorridente ma delussissima.
"Salve!" fa Chiara, alle mie spalle.
"Ita-Liani?" chiede lei, e annuiamo.
"Ena... Devo andare... Al cesso..."
"Oh, vero... Er..." il vuoto mi si crea nel Cervello, mentre non ricordo, assoluitamente, come si dica "andare al bagno" nello scarsissimo Greco che ho imparato.
"She... Er... She must go at the toilet" smangio una richiesta in Inglese.
La signora mi guarda confusa, evidentemente non sa l'Inglese.
"Oh... Eh..." balbetta, senza sapere come dirci che non ha capito niente, si rigira verso la porta e urla dentro qualcosa, che non capisco.
La signora si gira verso di noi, indicando la porta, annuendo, come a dirci "Ecco, adesso arriva qualcuno che vi dà una mano..."
Sorrido, annuendo, mentre dietro di me Chiara sospira, rassegnata.
Un veloce rumore di ciabatte, o forse sandali, si fa strada nel locale, dalla porta, e un secondo dopo... Eccola. Lei... Di nuovo.
Un sorriso enorme mi si dipinge in viso, mentre la guardo, alzo le braccia e urlo: "Klapsou!!!!!!"
Klapsou, sì, è lei, è lei senz'altro, cambiata, non troppo, mi guarda un poco confusa, poi accigliata, per poi illuminarsi e urlare "Serena!!!!!" e corrermi incontro.

Abbracciarla è bellissimo e strano, familiare e sconosciuto.
Forse perchè è cambiata un poco, forse perchè io sono cresciuta moltissimo... Ma ora sono io che la sovrasto, e che la stringo a me, ridendo.
Ci guardiamo, per poi baciarci sulle guancie, e rivedo il suo sorriso, quello è sempre uguale, per me...

E' sempre bellissima.
Le presento Chiara, che dopo un cortese saluto le chiede il bagno, e come viene a saperlo molla lo zaino e corre via come un razzo.
Ridiamo, mentre Klapsou spiega alla signora chi sono io.

Un'amica. Un'amica, Sì. Non sono che un'amica.
Ci sediamo ad un tavolo, mentre Klapsou prende del thè e ce lo serve.
C'è troppo da dire, praticamente tutto inutile, in realtà.
Lei sta bene, e basta. E io sono felice.
Le presento per bene Chiara, spiegandole chi sia, e Klapsou commenta solo con un "si capiva da subito!"
"µ??a!! µ??a!!"
"Mana! Mana!" si sente urlare da fuori, la voce di un bambino.
Klapsou si rizza subito in piedi, facendo per uscire, mentre uno dei due gemellini di prima entre di corsa piangendo.

Come un fulmine, finisce preso in braccio, e tra Klapsou e il bimbo inizia un dolcissimo colloquio.
Non lo capisco, non riesco nemmeno a seguirlo, ma non c'è bisogno di capire il Greco per comprendere quel che vedo.

Il tono dolce, lo sguardo, i gesti, indicano solo che quel bambino è suo figlio.

Un minuto dopo entra l'uomo di prima, reggendo in braccio l'altro bambino, anche lui in lacrime.

"Non ci capisco un cazzo di quel che dicono... Ma se non chiudi la bocca ti prenderanno per deficiente."
Sento la voce di Chiara nell'orecchio, e mi accorgo di avere effettivamente la bocca semiaperta, come una cretina.

Alla sera, è tutto già... Normale.

E' normale essere sul terrazzo di Klapsou a cenare, è normale parlare con suo marito, è normale tenere in braccio uno dei due bambini (anche se è tutto il Giorno che me li confondo, maledizione a loro), è normale... Essere di nuovo qui.
E' normale vedere la mia ragazza giocare con Klapsou e l'altro bambino, è normale guardarla sorridere mentre lo bacia.

Dopo cena, messi a dormire i due grechini, "i grandi" si mettono a parlare, fino a che il marito di Klapsou scende a sistemare delle cose al bar, e Chiara non annuncia che se ne va a letto.
Qualcosa, nello sguardo di Chiara, mi fa capire che no, non ha sonno, ma vuole lasciarmi sola con lei.

Il silenzio cala tra noi due, mentre ci guardiamo.
"Klapsou..." sospiro, sorridendo. "Klapsou mana... Mana Klapsou... Sounds Strange."

"Strano Sì... A volte fa quasi strano anche a me." Sorride. "Due già a spasso e... Uno che arriverà. Tra ancora un bel pezzo" dice, carezzandosi il ventre, ancora piatto, ma in cui sa che c'è qualcosa di Vivo.

"Sei strana anche tu. Ma di quanto sei cresciuta? Un metro? Sei altissima... Sei Cresciuta. In tutti i sensi."
Sorrido.
"Bè, prima o poi dovevo farlo, no?"

Ci raccontiamo piccole e grandi cose, sparecchiando, ridendo, ricordando.

Quando è ora di andare a letto, mi accompagna fino alla porta della camera.
Non ci ha permesso di dormire fuori, ci ha obbligato ad essere sue ospiti, e credo che Chiara apprezzi il dormire in un morbido letto, più che in un sacco a pelo.

Guardo Klapsou, il suo viso sorridente, un pò cambiato.
E' sempre la donna forte e tonica che era prima, ma si vede che ora è diversa.

"Ci vediamo domattina..." le sussurro.
"Fai ancora colazione con tutto quel che puoi mangiare?" dice sorridendo.
"Oh sì... Se hai un maiale, cucinamelo"

Avvicino le mie labbra alle sue, schioccandole un dolce, dolcissimo bacio, e staccandomi sorridendo, le sussurro: "Kalinita, mana Klapsou..."

Ci salutiamo, e dopo essermi messa comoda, entro piano nel letto.

"Guarda che sono gelosa" la voce cupa di Chiara rompe il silenzio della Notte. "... Ma sei al settimo Cielo. Ed è bello."
La stringo a me, baciandola come solo posso baciarla.
Una piccola klapsou di felicità mi riga una guancia.

POI.
Sospiro, scrivendo l'ultima battuta di questo racconto.
Sorrido, guardando la foto che mi è arrivata per posta un pò di Tempo fa e che mi ha fatto venire in mente di scrivere questo racconto.

Klapsou mi sorride, stringendo in braccio l'ultima piccola arrivata che ormai ha qualche mese, seduta fra i suoi due gemellini.
Il Mare di Zakynthos alle sue spalle è di un colore intensissimo.


Kalinita, mana Klapsou...

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